Riportiamo da Pratoblog l’articolo seguente, a firma di Calibano.
Tunisi, 11 agosto 2008
Evidentemente il caldo di questi giorni gioca brutti scherzi. L’altro giorno è toccato al Sindaco di Lampedusa il quale, in un appassionato discorso che era cominciato anche benino, sebbene un po’ troppo retorico e inficiato da quel demagogismo a buon mercato (al quale ormai siamo purtroppo avvezzi e che non fa dunque più né caldo né freddo) tipico delle starlette politiche di periferia, alla fine dell’accorato appello nel quale chiedeva alla Chiesa e al Vaticano di mettere a disposizione conventi e abbazie, seminari vuoti etc., si è messo a strillare contro i presunti “errori commessi nel passato” della Chiesa stessa, che a suo dire è rimasta silenziosa a fenomeni epocali dove c’e’ morte.
Ora, a dire il vero, con quest’ultima sparata, il signor sindaco di Lampedusa ci permette di dubitare ragionevolmente (sia detto senz’offesa) che abbia accusato non solo il caldo ma anche, forse, gli effetti di un’indigestione per qualche aragosta di troppo, delizioso crostaceo – piatto forte, fra l’altro, dell’isola – ma, se ne abusi un po’ troppo almeno, un po’ pesantuccio. E’ un’ipotesi rispettosa, questa, intendiamoci: diversamente bisognerebbe pensare che il signor Sindaco si trovi nella non certo encomiabile condizione d’ignorare i fatti della storia moderna e contemporanea riguardanti la Chiesa, dall’apprendimento dei quali anche il più maldestro degli studenti non dico d’università, ma neanche di liceo o di scuola media inferiore, si rende subito conto che “silenzio” non è la parola più esatta per definire l’atteggiamento della Chiesa stessa di fronte alle atrocità del recente passato.
A meno che il signor Sindaco di Lampedusa non intenda far riferimento a fatti risalenti a qualche secolo addietro, pescando nel torbido delle acque inquinate d’un periodo in cui la Chiesa si è lasciata sedurre dalla tentazione “politica”, ed ha aperto le porte alle proposte degli antenati dei politici d’oggi. In questo caso, è vero, la Chiesa e il Vaticano ebbero comportamenti analoghi a quelli dei politici del loro tempo i quali, al pari di quelli di oggi, non si mostrano particolarmente sensibili, quando c’è da guardare agli interessi materiali, all’urlo di dolore di donne e bambini dilaniati dai colpi mortali delle “bombe intelligenti” con le quali pensano di poter risolvere i problemi dell’umanità.
E’ con i suoi colleghi (e magari anche con sé stesso, qualora ne condivida ideologia e programmi) che dovrebbe prendersela il signor Sindaco di Lampedusa, dunque, se con il riferimento a questo silenzio e a questa indifferenza verso fenomeni epocali dove c’è morte intende riferirsi alla Chiesa e al Vaticano dell’epoca dei Borgia. Non certo alla Chiesa che da oltre un secolo affianca e sostiene l’emancipazione dell’uomo dalla barbarie della schiavitù, come Leone XIII, per esempio, il quale sostenne e incoraggiò la fondazione della Societé Antiesclaviste per intervenire concretamente contro il Mercato degli Schiavi che già allora, nel Nordafrica, continuava con il tacito assenso degli Stati Europei dell’epoca all’interno dei quali, proprio come avviene ai nostri giorni, c’erano potenti organizzazioni che si arricchivano con questo turpe e infame mercato. I politici del tempo trovarono addirittura sostegno, come in Germania, da parte dei filosofi dell’epoca al loro acquiescente silenzio. Da Francesco Agnoli (in Libertà e Persona del 07/05/2008):
” …Nietszche fu senza dubbio un profeta del nazismo, per moltissimi aspetti. Pensiamo a quel suo insistere di continuo sulla necessità della schiavitù, per la sopravvivenza della civiltà. Non può trattarsi di una semplice metafora: conosce bene, infatti, la polemica viva negli Stati Uniti, in Russia ed anche in Prussia, proprio in quegli anni, tra abolizionisti ed antiabolizionisti. Mentre l’Inghilterra abolisce la schiavitù nelle sue colonie (1833) e la Russia la servitù della gleba, Nietzsche si scaglia contro il celebre romanzo abolizionista “La capanna dello zio Tom”, opera di uno spirito cristiano, e quindi debole e servile. E il suo odio si scaglia contro il cardinal Lavigerie, che cerca di porsi a capo di un movimento internazionale per la dignità degli schiavi, riuscendo a coinvolgere anche la Germania e così “suscitando il sarcasmo e l’indignazione del filosofo”.
Sempre come promemoria, beninteso, vorremmo ricorda al signor Sindaco di Lampedusa (e anche a queli lettori che si fossero lasciati incantare dal suo doloroso canto), che a Tamanrasset, nel sud dell’Algeria, dove neanche la polizia ha il coraggio di ficcare il naso, nelle grotte che circondano la città, ci sono i Padri Bianchi e i Piccoli Fratelli di Charles de Faucould ad assistere la folla di disperati sopravvissuti alla traversata del Sahara che li spinge, dal Niger e dal Mali, a far tappa obbligata in questo posto prima di incamminarsi verso la Libia da dove vengono imbarcati come bestie su quelle carrette del mare che, puntando a nord, arrivano, quando ce la fanno, a Lampedusa, per turbare il dolce e meritato riposo dei mangiatori d’aragoste.
I più fortunati li accoglie in un abbraccio mortale il mare. Poi ci sono quelli meno fortunati, per i quali si aprono le porte del carcere, che viene chiamato con ipocrita eufemismo Centro di Permanenza Temporaneo prima di essere rispediti, al pari d’un pacco postale indesiderato, al mittente. Poi ci sono i più sfortunati di tutti, quelli cioè che, sfuggiti alla morte in mare e al carcere, riescono ad introdursi come clandestini nel nostro paese. La loro sorte è segnata: il Mercato degli Schiavi li attende come braccianti agli ordini d’un caporale o come prostitute agli ordini d’un prosseneta. Se le braccia o il corpo non sono adatte né all’uno né all’altro di questi settori fiorenti dell’economia schiavista, allora ci sono altre vie per tirar fuori quel che resta da sfruttare.
I Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld e i Padri Bianchi, vale a dire i rappresentanti di quella Chiesa e di quel Vaticano che il signor sindaco di Lampedusa accusa di silenzio e di indifferenza sono lì, a Tamanrasset, a cercare di soccorrere, di dissuadere di portare conforto a una folla di migliaia e migliaia di disperati che arrivano ogni giorno per far sosta prima di incamminarsi verso le vie della morte, del carcere o della schiavitù. Al contrario del Signor Sindaco di Lampedusa, vorrei fare io un appello, dalle colonne di questo giornale di una città che è sempre stata all’avanguardia e che ha avuto, fra i suoi rappresentanti dimaggior spicco, personaggi di livello morale, culturale e politico altissimo.
A loro voglio rivolgermi, e in particolare al Governatore Martini, con il quale ho avuto tanti anni fa l’onore di condividere il banco di scuola in prima media, presso l’Istituto Nicastro. Conosco la sua storia personale e so quanto sia sensibile al problema dell’immigrazione. Perché non proporre di istituire un presidio diplomatico europeo a Tamanrasset, dove un ufficio visti provveda ad instradare nella legalità quanti possono entrare con le carte in regola in quest’Europa che ha pur bisogno di mano d’opera? Non sarebbe meglio fare un appello in questo senso anziché blaterar cianfrusaglia ideologica accusando la Chiesa e il Vaticano e gettando fango su quanti stanno spendendo la loro vita per gli altri. Queste persone vivono nel silenzio sì, ma non certo nell’indifferenza di chi, mentre mangia aragoste a Lampedusa, dei clandestini stipati come bestie nel carcere detto Centro di Permanenza Temporanea, non si accorge neanche dell’esistenza.

