
La Chiesa Parrocchiale de La Goulette
L’orgoglio di essere Italiani
di Calibano
Tunisi, 23 Agosto 2008
Tornando verso casa da La Goulette, l’altra mattina, son capitato per sbaglio nel popolare quartiere detto ‘la piccola Sicilia‘, in prossimità del porto, e mi son trovato di fianco la chiesetta parrocchiale di Sant’Agostino. Avevo ancora tempo e così ho deciso di fare una breve sosta. La chiesetta è piccola ma ben tenuta. Un po’ malandate le tempere sulle volte laterali che, a causa dell’umidità mostrano chiazze bianche qua e là. Non sono gran cosa ma varrebbe, forse, la pena di restaurarle, se non altro per eliminare il fastidioso senso di trascuratezza che si percepisce e che non rende merito della cura con la quale la chiesa viene mantenuta.
Ero distratto da questi pensieri quando ho intravisto una suora della congregazione di Madre Teresa di Calcutta. Una suorina indiana piccola piccola alla quale, nel salutarla, ho chiesto cosa ci facevano le suore di Madre Teresa in Tunisia. Mi ha spiegato che sono lì da qualche anno per prestare soccorso alle persone anziane indigenti. Faceva molto caldo e la suorina mi ha invitato a seguirla nella casa della carità adiacente. Sono entrato e mi ha fatto accomodare nella stanza d’ingresso, dove sono stato invitato a sedermi su una sedia intorno ad un grande tavolo vicino alla porta che dà sulla cucina. Ho visto tre ospiti, anziane signore molto ben accudite, e sono rimasto sorpreso nel sentir rispondere al mio saluto in italiano. Con mia grande sorpresa ho scoperto che tutti gli ospiti della casa sono italiani. Ho chiesto spiegazioni alla suorina, che intanto mi aveva servito un bicchiere di acqua fresca e qualche pasticcino. Mi ha risposto che gli ospiti sono quasi tutti italiani. Loro si occupano di assisterli, assicurar loro un tetto dove dormire e un posto dove possono trascorrere serenamente ques’ultimo tratto del cammino della loro vita, in un clima familiare e sereno. La suorina mi ha invitato a visitare le camere, modeste ma linde e ben curate. Ho incrociato altri ospiti, tutti italiani. Qualcuno mi ha fermato per chiedermi di dove ero, cosa facevo, se sarei ripartito presto per l’Italia. Uno di loro aveva le lacrime agli occhi.
Ho chiesto alla suorina indiana quante erano ad occuparsi della casa. Mi ha risposto che sono in tre. Mentre stavo per uscire sono arrivate anche le altre due suore. Anche loro indiane.
Ho chiesto alla madre superiora come fanno ad andare avanti. Mi ha risposto alzando gli occhi al cielo. Certo, ho detto, ci mancherebbe altro che la Divina Provvidenza si scordasse di voi. Ma l’ambasciata italiana vi sostiene in qualche modo. Si, mi ha risposto la madre. Non scrivo, per pura decenza, cosa passa l’ambasciata ogni trimestre a questo istituto che si prende cura dei nostri connazionali anziani indigenti.
Dopo aver salutato in modo adeguato le suore, ringraziandole per la loro opera di carità, mi sono incamminato verso casa.
E a questo punto è successo qualcosa che mi ha spinto a scrivere questa ‘Nota a margine’. Nonostante il poco traffico mi sono accorto, infatti, nel guidare, di avere i nervi tesi come quando mi trovo nel caos urbano del centro di Tunisi. Non riuscivo a spiegarmene la ragione. Che fossero quei pasticcini? Ma se non li ho neanche toccati. Ho bevuto solo acqua. Niente thè né caffè. E allora? Strano. Eppure continuavo a sentirmi salir su una di quelle arrabbiature sorde che, in genere, passano dopo una bella sfuriata, magari contro un automobilista scorretto che fa una manovra poco ortodossa. In questi casi l’automobilista scorretto è prezioso: come su un parafulmine si può scaricargli addosso tutta la rabbia. Mi guardo intorno per vedere se ne becco uno. Nulla. Strada semideserta e gente disciplinatissima al volante. Bela sfortuna. Non ne posso più. Accosto la macchina e mi fermo lungo la striscia d’asfalto che separa i due lati della laguna di Tunisi.
Esco e mi siedo su uno scoglio in cerca di una spiegazione a questo strano stato d’animo, un misto di collera, rabbia, vergogna che non so spiegarmi.
Poi, d’un tratto, capisco. Sono loro, quegli ospiti italiani, vecchietti miei connazionali indigenti dimenticati da tutti e affidati alla carità delle suorine indiane. E’ loro la rabbia, la collera, il dolore sordo che sento. Mia invece, tutta mia, la vergogna.
Vergogna d’essere italiano. Cittadino, anzi, suddito d’un regime che spende una montagna di danaro per avere un’ambasciata che serve a garantire che -nel caso mi pigli un accidente qui e non abbia la fortuna di rimanerci secco- mi scarichi in una casa della carità dove, se va bene e non ci sono intoppi, vengo affidato alla pietà di tre suorine indiane piccole piccole e nere nere. Proprio simili a quelle ‘faccette nere‘ alle quali qualcuno che credeva d’essere un grande della storia voleva garantire, una volta insediatosi nel loro territorio, un ‘altro duce e un altro re‘.
Quelle ‘faccette nere‘ che qualcun altro oggi, magari fra una seduta e l’altra del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana fondata non più sul lavoro ma su un grosso, sempre più drammatico equivoco, chiama ‘baluba‘.
Ho provato una vergogna enorme, che m’ha travolto come una slavina, una valanga di melma (per non dire di peggio) e mi son sentito cascare le braccia.
Ho provato una vergogna tale che neanche a ripensare a tutte le coppe del mondo dei giocatori di palla, a tutte le medaglie d’oro, d’argento e di bronzo di tutte le olimpiadi, m’è riuscito di allontanare.
Anzi, più cercavo di pensare a queste cose che, di solito, fan l’orgoglio dell’italiano, più mi son sentito sommerso da questa enorme, violenta, gigantesca valanga di vergogna.
La vergogna d’essere italiano, suddito d’un regime cieco e sordo, che abbandona i propri cittadini al loro destino, affidandoli, con un’elemosina, alla carità di suorine extracomunitarie, nere come la pece, nere come quei clandestini che vengono additati come fonte d’ogni disgrazia in Italia e ai quali, fuor dall’Italia non ci si pèrita di affibbiare la custodia di connazionali che han solo il torto, la disgrazia e la malasorte non tanto d’esser vecchi, malati e indigenti, quanto, piuttosto quella d’essere italiani.
Eh si, perché potete pur star certi che un cittadino inglese, americano, spagnolo, belga o tedesco, nelle stesse condizioni, non viene lasciato come un cane in mezzo alla strada. Un cittadino francese poi, figuriamoci!
Essere italiani: bella disgrazia!
Ce lo fanno notare anche dall’estero, leggete un po’ qui. Lo stesso articolo, rimbalzato di blog in blog, lo ritroviamo anche qui…
Mi piacerebbe tanto poter tornare dalle suorine indiane di Madre Teresa e dir loro: guardate che non tutti gli italiani sono come quelli ‘ufficiali‘. Ce ne sono anche di una razza differente. A partire da quelli che son qui in Tunisia, che lavorano, che fanno lavorare gli altri e che sanno esser solidali con i loro connazionali in difficoltà. E ci sono anche quelli che, in Italia, sanno ancora cosa vuol dire ‘essere italiani‘, e che quando senton l’inno nazionale ‘Fratelli d’Italia‘ non alzano il dito medio, ma metton mano al portafoglio e sanno esser generosi come nessun altro sa esserlo.
Mi piacerebbe tanto poter dimostrare a quei vecchietti, che hanno il solo torto d’esser nati italiani, che l’Italia non è fatta solo di silenzio, ma che ha anche una voce con la quale è capace di cantare a chiare note la solidarietà, la fraternità, l’amicizia.
Ma forse mi sbaglio. Forse quest’Italia non esiste. O non esite più. O non è mai esistita.
Forse esiste, però, un’Italia degli italiani che non si alimentano della retorica d’una bandiera da sventolare solo in occasione d’una partita di pallone o d’una gara di fioretto. Un’Italia che sfugge alle logiche di chi la vuole partigiana di un venditore di piazza o d’un altro. Un’Italia che i giannizzeri del regime non sono riusciti ancora a sfiancare. Un’Italia nascosta, silenziosa, fatta di gente perbene che non aspetta d’esser sollecitata da un giullare per riprendersi quel che è suo, vale a dire la propria dignità e le redini del proprio destino.
Per rappresentare quest’Italia, nella quale mi voglio ostinare a credere ancora, ho scelto questa foto, nella quale si vede un uomo -che non era certo disponibile ad accogliere a braccia aperte tutti- mentre accoglie a braccia aperte Madre Teresa di Calcutta. Un uomo del quale Indro Montanelli ebbe a scrivere Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità.
Lo stesso Indro che per definirne altri scrisse la frase ormai proverbiale: Tappiamoci il naso e votiamo per loro.
Adesso non è più tempo da tapparsi il naso. Di fronte a questi connazionali sarebbe bello e importante (e forse più per noi di quanto non possa esserlo per loro) fare qualcosa di concreto.
Da Italiani. Italiani veri.
